Mi piace osservare le persone. Da quando ero piccola mi ritrovavo spesso a fissare intensamete la gente, con gli occhi puntati come su uno schermo al cinema. Quando le persone si accorgevano di essere ‘violentati’ dal mio sguardo scrutatore mi guardavano di riflesso con l’occhio infastidito, del tipo “che cazzo ti guardi?”, o almeno io l’interpretavo così. Mi irritavano. Non per lo sguardo cattivo, ma perché mi disturbavano nel mio fissare – come quando stai al cinema o al teatro e c’è una chioma gigantesca davanti alla tua poltrona che ti copre la visuale. Mi piaceva guardarli. Mi soffermavo soprattutto a osservare ragazzi e ragazze giovani, per qualche motivo particolari: bellissimi, bruttissimi, diversi…adoravo scrutare ogni loro movimento, i loro sguardi, modi di parlare, di sorridere, di vestirsi, di truccarsi…era il mio passatempo preferito. Quando uscivo con un gruppo di persone nuove acquistavo facilmente la nomea di ragazza “muta” o timidissima, perché non parlavo mai. Ero troppo presa dal guardare le persona nuove. Doveva essere snervante per gli altri sentirsi così osservati, ma io non riuscivo farne a meno. Ed ero talmente concentrata nel farlo che non partecipavo mai alle conversazioni. Il mio sogno era quallo di essere invisibile, in modo da potermi sedere accanto a qualsiasi persona e guardarla, guardarla a lungo…

Ora mi capita un po di meno, forse perché parlo di più. Ma ieri mi è capitato di nuovo. Mi trovavo alla fermata della calabro (per chi non è aggiornato, anche “Catanzaro ha la sua ‘metropolitana’” ). Mi sono trovata a fissare un gruppo di adolescenti, saranno stati liceali. Forse quando stavo a Roma non ci facevo tanto caso, perché si trovano più facilmente molte ‘diversità’, ma qui a Catanzaro è difficile incontrare persone in qualche modo diverse, che catturano l’attenzione. Erano ragazzi forse dark o stile simile, vestiti di nero, tipo felpa nera con scheletro bianco disegnato sopra, trucco pesante, piercing, capelli coloratissimi e roba del genere. Non so perché questi ragazzi suscitano in me una sensazione di tranquillità, o comunque mi rallegrano. Tra tante persone “uguali” che non si distinguono, perché ognuno si mescola nella folla e diventa indistinguibile, loro no. Loro li noti in mezzo ad una folla. Mentre li guardavo immaginavo i pensieri costernati delle vecchiette, l’attegiamento irritato dei loro insegnanti e la disperazione dei loro genitori nel vederli “conciati” in quel modo. O le risatine dei loro compagni, “bravi ragazzi”. Chissà come se la cavano con loro. Sicuramente non gliene fotte un cazz, pensavo, sono i tipici adolescenti “arrabbiati”. Ma io li adoro. Per me significano che il mondo va avanti. Che c’è qualcuno che cerca il diverso, che non accetta le convenzioni, che vede al di là del proprio naso. Guardavo lo scheletro della felpa…una beffa all’estetica…noi siamo fatti di quello, al di là di cio’ che indossiamo (messaggio importante in una realtà dove il vestire e apparire fighetto fa parte della cultura). I capelli della ragazza – biondi con tinta nera a mo’ di ricrescita. Bellissima. Ci vuole coraggio. Cinta nera con dei chiodi sporgenti. E’ bello vedere il diverso. L’intenzionalità di apparire in quel modo, di distinguesri , di far capire che la “normalità” non è nulla, che la bellezza non è nulla. Sottolineo, a Catanzaro. Dove se ne vedono pochi. Forse proprio per questo io li apprezzo – in una città con una mentalità molto ristretta, c’è una piccola fiamma che brucia di speranza.

Qualche giorno dopo mi è capitato di vedere un documentario su un popolo africano, nel quale si mostrava il loro modo di essere – il trucco dei maschi, i tatuaggi incisi, i fori enormi nelle orecchie e nei nasi. Un documentario intero sulla moda di un popolo lontano migliaia di kilometri. Tutto ciò era affascinate tanto quanto vedere quei ragazzi alla fermata. Sono messaggi viventi, messaggi che la maggior parte non porta con sè quotidianamente perché si conforma alla “normalità”. E loro, loro diversi da tutti quanti, che parlano solo con la loro presenza. E’ molto meno affascinante studiare le culture ‘jeans e maglietta’ o ‘giacca e cravatta’. La bellezza dell’osservare questo mondo sta in quelli, che ti suscitano sensazioni. Che sia la curiosità dei popoli africani, che la stranezza di quei piccoli gruppetti di ragazzi che ogni tanto notiamo per strada, evidentemente diversi da noi altri.

Penso che giudicarli sia facile soprattutto perché nel vederli ci si rende conto di quanto il nostro mondo possa essere variegato e di quanto paura abbiamo di far uscire il nostro IO vero, crudo. Dietro un abito “conforme alla normalità” ci si sente decisamente più al sicuro e più facilmente accettati dagli altri.

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